1859: Theophilus Thomson e i primi impieghi degli oli ozonizzati
Gli oli ozonizzati e la tubercolosi polmonare
La storia dell’ozonoterapia affonda le sue radici nella metà dell’Ottocento, pochi anni dopo la scoperta dell’ozono da parte di Christian Friedrich Schönbein.
Un documento particolarmente interessante è il lavoro del medico inglese Theophilus Thompson, Observations on the Medical Administration of Ozonized Oils, presentato nel 1859. Thompson era medico del Hospital for Consumption e descrisse la propria esperienza con la somministrazione di oli ozonizzati in pazienti affetti prevalentemente da phthisis, il termine con cui all’epoca veniva indicata la tubercolosi polmonare.
Thompson conosceva già un aspetto fondamentale dell’ozono: respirato in quantità elevate poteva essere dannoso.
Dall’ ozono agli oli ozonizzati
Scrive infatti che un’aria eccessivamente carica di ozono era in grado di irritare fortemente le mucose, rendere difficile la respirazione e, negli animali, provocare persino effetti letali. Allo stesso tempo si domandava se l’ozono, somministrato medicinalmente in maniera definita e graduale, potesse produrre effetti terapeutici.
La soluzione proposta fu quella di utilizzare degli oli come veicolo.
Gli oli venivano preparati secondo una procedura molto diversa dalle moderne tecniche di ozonizzazione: Thompson riferisce che venivano trattati con ossigeno e successivamente esposti per un periodo considerevole ai raggi diretti del sole. La presenza delle sostanze ossidanti veniva verificata mediante le metodiche chimiche disponibili all’epoca.
Furono utilizzati principalmente olio di fegato di merluzzo, olio di girasole e coco-oleina ozonizzati.
Questo è forse uno degli aspetti più curiosi del lavoro.
Come venivano utilizzati ?
Gli oli ozonizzati non venivano utilizzati soltanto come preparazioni da applicare sulla pelle: nello studio di Thompson venivano somministrati per bocca.
Le dosi variavano. In diversi pazienti Thompson prescriveva due dracme due volte al giorno; in altri casi la somministrazione arrivava a tre volte al giorno oppure la dose veniva aumentata fino a mezza oncia.
Si trattava quindi di un vero tentativo di ottenere un effetto sistemico attraverso l’ingestione dell’olio.
Che cosa osservò Thompson?
Il parametro che attirò maggiormente l’attenzione del medico inglese fu la frequenza cardiaca.
In numerosi pazienti il polso diminuì durante l’assunzione degli oli ozonizzati.
In un giovane di 18 anni, per esempio, la frequenza passò da 118 a 86 battiti/minuto. Quando l’olio ozonizzato terminò e venne sostituito con olio semplice, il polso risalì a 108.
Particolarmente interessante fu il caso di un altro paziente nel quale Thompson alternò più volte olio normale e olio ozonizzato. Con l’olio ozonizzato il polso scese progressivamente; sostituendolo con quello normale tornò ad aumentare, per ridursi nuovamente dopo la reintroduzione della preparazione ozonizzata.
È una sorta di rudimentale osservazione “on-off-on”, certamente lontanissima dagli standard sperimentali moderni, ma interessante dal punto di vista della storia della medicina.
Quattordici pazienti
Thompson riassume complessivamente l’esperienza di 14 pazienti.
Secondo la sua interpretazione, soltanto in due non fu osservata una riduzione della frequenza cardiaca. Negli altri l’effetto fu variabile, talvolta modesto e transitorio, ma in diversi casi considerevole.
La diminuzione del polso compariva generalmente entro due o tre giorni. Thompson riporta riduzioni anche di 20 o più battiti al minuto e, in alcuni casi, diminuzioni ancora maggiori. Osservò inoltre che il rallentamento del polso sembrava talvolta accompagnarsi a un miglioramento delle condizioni generali.
Non rilevò invece dati sufficienti per sostenere un effetto specifico sulla frequenza respiratoria.
Il lavoro deve naturalmente essere letto con gli occhi della medicina del 1859.
Non esistevano randomizzazione, placebo, gruppi di controllo adeguati o criteri diagnostici e statistici paragonabili a quelli attuali. Inoltre, ciò che Thompson chiamava “olio ozonizzato” non può essere automaticamente equiparato alle preparazioni standardizzate contemporanee.
Il documento, quindi, non dimostra l’efficacia terapeutica degli oli ozonizzati né permette di trasferire quei dosaggi alla pratica clinica moderna.
Il suo interesse è soprattutto storico.
Perchè questo lavoro è importante nella storia dell’ozonoterapia?
Il lavoro di Thompson testimonia che, già negli anni 1855-1858, pochi anni dopo la scoperta dell’ozono, alcuni medici stavano cercando di trasformare una sostanza conosciuta soprattutto dai chimici in un possibile agente terapeutico.
Ed emerge un concetto sorprendentemente moderno: Thompson distingue chiaramente tra l’esposizione eccessiva all’ozono, potenzialmente dannosa, e la possibilità di una somministrazione controllata e graduata.
Nel 1859 non esisteva ancora l’ozonoterapia come la intendiamo oggi. Non esistevano generatori medicali moderni, concentrazioni precisamente controllate né protocolli standardizzati.
Ma una domanda era già stata posta:
è possibile utilizzare in medicina, in modo controllato, le proprietà biologiche dell’ozono?
Il lavoro di Theophilus Thompson rappresenta una delle prime testimonianze documentali di questo percorso.
Riferimento storico
Thompson T. Observations on the Medical Administration of Ozonized Oils. 1859.

